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Perché proprio il Giapponese?
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Esistono vari motivi che possono spingere una persona ad imparare una nuova lingua. Uno dei motivi che sicuramente può spingere
qualcuno a imparare il Giapponese è la sua unicità. È infatti parecchio difficile classificare il Giapponese, tanto che
esistono diverse scuole di pensiero al riguardo. Sembra anche che la sua struttura sia rimasta invariata dai tempi preistorici, anche
se si sono verificate importanti influenze dal Koreano e sopratutto dal Cinese (come è facile immaginare, attraverso i Kanji).
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Ma è veramente così difficile questa lingua?
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Il Giapponese è una lingua molto ricca di vocaboli - pensate che il dizionario
Dai Nippon Kokugo Jiten (Grande Dizionario della
Lingua di Stato del Giappone) elenca ben 200.000 parole e il
Daijiten (Grande Dizionario) ne elenca addirittura 700.000! Per
confronto, un buon dizionario di Italiano contiene "solo" 140.000 vocaboli!
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Costruzione delle frasi
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I sostantivi, gli aggettivi e i verbi non cambiano in base al genere o al numero come accade in Italiano, cosa che rende
l'interpretazione delle frasi fortemente dipendente dal contesto. La dipendenza dal contesto è ulteriormente accentuata dalla tendenza
che hanno i Giapponesi a non dire quello che per loro è sottointeso, col risultato che estrapolare una frase dal contesto porta spesso
ad avere una frase incomprensibile o interpretabile in molteplici modi diversi.
Per distinguere le varie parti di una frase, come soggetto, complementi, aggettivi, si usano delle particelle apposite. La differenza
con l'Italiano sta nell'ordine in cui compaiono gli elementi che compongono la frase e nel fatto che tali particelle si mettono dopo
la parola che designano e non prima come facciamo noi. Il verbo si trova sempre in fondo alla frase, mentre il soggetto si trova
spesso all'inizio (preceduto da complementi di tempo o dalle frasi relative in alcuni casi) e il complemento oggetto si trova tra il
soggetto e il verbo.
Vediamo un esempio con una frase semplice:
Io mangio la mela in Giapponese diventa
Watashi ga ringo o tabemasu. Le corrispondenze sono:
Watashi -> io,
ringo -> mela,
tabemasu ->
mangio.
La particella
ga indica il soggetto della frase, mentre la particella
o indica il
complemento oggetto. Come si può notare facilmente, in italiano suonerebbe
Io la mela mangio. Un Giapponese però tralascerebbe
il
Watashi ga in quanto è ovvio che chi parla è anche chi compie l'azione
(in questo caso almeno) e direbbe quindi
ringo o tabemasu.
Questa frase però può significare che
io/tu/egli/noi/voi/essi mangio/i/a/amo/ate/ano una/la/le mela/e a seconda del contesto.
Anche nella frase più lunga non c'era modo di capire il numero delle mele mangiate, solo il soggetto era completamente specificato.
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Livelli di cortesia
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Per complicare ulteriormente la situazione, esistono diversi livelli di cortesia e formalità, dipendenti dal rapporto che sussiste tra
i due interlocutori. Semplificando molto, si può parlare di forma piana, forma gentile e forma onorifica, ma in realtà esistono più
sfumature. Si usa la forma piana con persone con cui si è molto in confidenza, come un parente stretto o un amico intimo, oppure
parlando con un bambino. La forma gentile è usata con estranei o persone con cui si ha poca confidenza, ed è generalmente la più
usata. La forma onorifica invece si usa per portare rispetto, ad esempio con una personalità importante oppure col proprio capo sul
lavoro.
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Verbi
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I verbi possono ovviamente assumere diversi tempi; fortunatamente in questo caso i tempi disponibili sono molto minori di quelli
presenti in Italiano. Esistono una forma presente e una forma passata; per rendere il futuro su può usare il presente accompagnato
dall'opportuna specificazione temporale oppure una forma particolare che serve anche per fare supposizioni personali. Esistono inoltre
il condizionale, l'imperativo, il gerundio e altre forme come il potenziale (usato per indicare cosa si può o non si può fare) e altre
ancora.
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Scrittura e alfabeti
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Ma non finisce qui! Pensavate forse che le difficoltà fossero finite? Non abbiamo ancora parlato della scrittura. L'origine della
scrittura Giapponese è la scrittura Cinese. Durante i contatti tra Cina e Giappone infatti i Giapponesi, che ancora non avevano
inventato una propria scrittura, pensarono bene di importare la scrittura adottata in Cina e di adattarla alla propria lingua. Il
risultato è la moderna scrittura Giapponese, che fa uso di ben 3 alfabeti diversi: due alfabeti sillabici, detti
Hiragana e
Katakana, e uno ideografico, l'alfabeto dei
Kanji.
Hiragana e Katakana constano di 46 simboli ciascuno, ognuno dei quali rappresenta una sillaba. Esiste una perfetta corrispondenza tra
i caratteri Hiragana e Katakana; in pratica possono essere assimilati rispettivemente al nostro corsivo e stampatello. L'Hiragana,
mostrato nella figura appena qui sotto, viene usato per scrivere in Giapponese parole per le quali non è previsto alcun Kanji, oppure
per coniugare i verbi o gli aggettivi (per i quali la radice è costituita da un kanji).

Il Katakana, invece, viene usato per scrivere parole di origine straniera oppure per dare particolare risalto a una parola; i suoi
simboli sono mostrati nella figura seguente.
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Alfabeto dei Kanji
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L'alfabeto dei Kanji è costituito invece da oltre 2000 simboli, derivati dall'alfabeto Cinese. Kanji infatti significa "carattere
cinese" (
Kan era il nome dell'antica Cina per i Giapponesi,
Ji significa carattere) e ad ogni simbolo è associato uno o
più significati, una o più pronunce giapponesi e una o più pronunce di origine cinese. Questo è dovuto al fatto che nell'adottare i
Kanji, i Giapponesi si sono trovati a usare degli ideogrammi con un loro significato e una loro pronuncia per scrivere parole con lo
stesso significato ma con pronuncia diversa, oppure con la stessa pronuncia ma significato differente. Questo ha portato a un sistema
di scrittura molto complicato, ma anche molto potente ed espressivo.
A seconda del contesto quindi un Kanji si legge in maniera differente e può avere significati differenti. Riprendiamo l'esempio di
prima,
ringo o tabemasu.
ringo si può scrivere sia in Hiragana, sia con due Kanji affiancati;
o è un simbolo
Hiragana apposito (spesso translitterato con
wo) diverso da
o vocale;
tabemasu si scrive con un misto di Kanji ed
Hiragana:
tabe è costituito dal Kanji che significa
mangiare, mentre
masu è scritto in Hiragana.
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Spaziatura
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Guardando attentamente un testo in Giapponese si nota subito che le parole sono prive di spazi e in alcuni casi il testo è scritto in
colonne da sinistra a destra e dall'alto verso il basso, mentre in altri casi è scritto a righe da destra a sinistra. Le parole sono
distinguibili grazie ai Kanji, per cui non è necessario separarle con degli spazi. Una parola infatti è
generalmente costituita da uno o più Kanji, che costituiscono la radice, e da alcune sillabe in Hiragana, dette
Okurigana, che
completano la parola. Si capisce quindi dove inizia una parola dai suoi Kanji e si capisce dove finisce quando si incontrano i Kanji
della parola successiva oppure la particella che la caratterizzano. Può sembrare complesso ma una volta presa dimestichezza con
Hiragana e Katakana viene abbastanza naturale.
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Conclusione
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Come si può facilmente notare,per uno straniero non è per niente semplice leggere e scrivere in Giapponese, così come non lo è
parlare; le frasi, infatti, vengono costruite secondo una logica opposta rispetto a quella a cui si è abituati fin da bambini.
Gli Italiani sono tutto sommato avvantaggiati nello studio della lingua Giapponese perché i suoni e la pronuncia non differiscono
molto. Ci sono alcune lievi differenze nella pronuncia di alcune consonanti come la G, la F e la Z e nelle vocali O e U, ma non ci
sono suoni completamente differenti come accade per esempio con l'Inglese o il Tedesco. Questo non significa che per un Italiano
imparare il Giapponese sia facile...
Ma quando la sfida è più difficile, non è anche più interessante?
Articolo a cura di
Marco Vadrucci.